Dopo la rielezione del 28 maggio scorso, per il presidente turco Erdogan è cominciata una fase nuova nei rapporti con le altre potenze straniere che gli analisti non hanno esitato a definire un vero e proprio “reset”. Le cause di questo cambio di marcia sono da ricercare nella grave crisi economico-finanziaria causata dal deprezzamento della lira turca e dall’impennata dell’inflazione e nella difficile gestione del post-terremoto che ha devastato il sud-est del Paese.  

Nell’ultimo decennio, siamo stati abituati a confrontarci con una politica estera turca decisamente interventista, frutto di una precisa impostazione data da Erdogan all’azione diplomatica, che aveva come obiettivo quello di aumentare l’influenza della Turchia nel Mediterraneo e nel mondo islamico. Il risultato però non è stato quello atteso e così, negli ultimi mesi, Erdogan ha ripristinato relazioni diplomatiche ed accordi commerciali con Paesi con cui non aveva rapporti da anni. Tutto ciò a discapito del sostegno all’islam politico, per esempio lasciando cadere ogni pretesa di processare gli assassini di Jamal Khashoggi, senza parlare del riavvicinamento allo stato di Israele che potrebbe richiedere dei compromessi notevoli nei rapporti con Egitto e Siria. Proprio con questi ultimi, se in passato Erdogan si era opposto strenuamente al regime di Bashar al Assad, senza mai riuscire a spodestarlo davvero, oggi vede in Damasco la soluzione per la questione del rimpatrio di almeno la metà dei quasi quattro milioni di rifugiati siriani presenti in Turchia (uno dei dossier più critici sul piano interno) e per il contenimento delle aspirazioni autonomiste dei curdi siriani che Ankara considera una minaccia. All’indomani della rielezione, anche il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi si è voluto prontamente congratulare con il suo omologo: un processo di dialogo che è sfociato a inizio luglio nella nomina dei rispettivi ambasciatori, passo importante verso il completamento della normalizzazione diplomatica. In ogni caso, i due Stati hanno sempre diviso la politica dagli affari. Infatti, nonostante le tensioni iniziate con il golpe del generale Al Sisi, il volume degli scambi commerciali è passato da circa 4 miliardi nel 2007 a più di 11 miliardi nel 2020. L’Egitto è inoltre fornitore rilevante di gas liquefatto per Ankara. Per quanto riguarda il Golfo Persico, invece, la scorsa estate Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita, è andato in Turchia in visita ufficiale ed Erdogan ha parlato di una «nuova era» nelle relazioni tra i due Paesi, mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso di sostenere l’economia turca con miliardi di dollari.

Anche nei rapporti con i partner occidentali della Nato e dell’Unione europea pare si sia aperta una fase nuova: la rimozione del veto turco all’ingresso della Svezia nell’Alleanza atlantica rappresenta in questo senso una svolta importante. Del resto, l’UE rimane il primo partner commerciale di Ankara, con un interscambio pari a 196,3 miliardi di dollari nel 2022 mentre gli stati europei sono di gran lunga i principali investitori in Turchia, con i Paesi Bassi a guidare la classifica. Discorso a parte merita la Russia: qui i fattori commerciali ed energetici hanno contribuito a rendere imprescindibile il supporto di Mosca nei confronti di Ankara, specie dopo l’aggravamento della crisi economica. La Russia è il terzo partner commerciale della Turchia (dopo Germania e Cina), senza dimenticare il conflitto ucraino nel quale il Paese anatolico si è mostrato un broker diplomatico abile con la sua opera di mediazione sin dall’inizio del conflitto. Grazie a ciò, Ankara è tornata al centro della scena, guadagnando plausi a livello internazionale e salvaguardando i propri interessi strategici e di sicurezza nazionale.

 

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