Ad agosto 2020 le testate nucleari erano circa 13.500, di cui più del 90% in possesso di Russia e USA. Gli altri Paesi ad avere armi nucleari nel loro arsenale sono Cina, Francia, UK, Pakistan, India, Corea del nord e Israele. Ma in Medio Oriente potrebbe presto esserci qualcun altro ad ottenere la bomba: l’Iran.

Le sanzioni economiche

In Iran infatti si lavora da anni alla costruzione della bomba atomica, ma a partire dai primi anni 2000 la comunità internazionale (guidata dagli USA) ha cominciato a mettere pesanti sanzioni economiche sul Paese, cercando quindi di limitarne il potere e la capacità di spesa in ambito militare.

Bush e Obama

Nel 2002 il presidente americano Bush ha definito l’Iran un membro dell’Asse del Male, cioè un gruppo di Paesi (Iran, Iraq, Nord Corea) che favoriva il terrorismo internazionale e voleva sviluppare armi di distruzione di massa. Con Obama però gli USA hanno cambiato tattica, cercando il dialogo al posto dello scontro e provando a negoziare un accordo che fosse favorevole all’Iran e alla comunità internazionale. Ecco quindi che nasce il JCPOA.

JCPOA

Il “Joint Comprehensive Plan of Action” è l’accordo sul nucleare iraniano negoziato nel 2015, pensato per limitare l’utilizzo dell’energia nucleare a fini pacifici. Nell’aprile 2015 viene firmato il patto da Iran, Stati Uniti, Francia, Russia, Cina, Regno Unito ed Unione Europea. Firmando, l’Iran ha accettato di eliminare le sue riserve di uranio a medio arricchimento e di arricchire l’uranio solo entro un determinato limite in cambio della sospensione delle sanzioni economiche. Le sanzioni possono però essere reinserite in caso di future violazioni riportate dai controlli della IAEA.

Trump

Nel maggio 2018, però, il presidente Trump dichiara la volontà di uscire dal JCPOA, definito un “bad deal” per gli USA e non abbastanza per fermare il potere dell’Iran nella regione. Riattiva, quindi, le sanzioni nei confronti dell’Iran e aggiunge anche sanzioni secondarie nei confronti di chiunque intrattenga rapporti con il Paese. L’impatto economico sull’Iran è fortissimo, che torna in grandi difficoltà economiche.

L’accordo temporaneo

Pochi giorni fa, il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica era a Teheran per convincere il governo iraniano a continuare il controllo sull’attività nucleare iraniana, controlli che l’Iran ha minacciato di interrompere se gli Usa non avessero tolto le sanzioni entro martedì 23 febbraio. L’accordo è arrivato, anche se i controlli permessi saranno limitati e l’Iran ha dato ancora un po’ di tempo agli Usa per decidere cosa fare. Ma il tempo stringe e nel paese mediorientale si voterà a breve per il presidente, che potrebbe però essere più estremista dell’attuale Rohani e rompere definitivamente il trattato.

Sostenitori e detrattori

In realtà è dal 1979 – anno della rivoluzione iraniana – che Usa e Iran hanno rapporti molto precari. Il nuovo punto basso è arrivato appunto nel 2018, quando Donald Trump ha ritirato gli Stati Uniti dal JCPOA. Il nuovo presidente Biden sembra voglia tornare al dialogo e all’accordo, ma ci sono tante altre priorità per lui e potrebbe essere complicato trovare la giusta soluzione.
I critici del patto sostengono infatti che la sua durata limitata, il mancato controllo dell’arsenale missilistico iraniano e sostegni agli alleati regionali – come Hezbollah – siano mancanze troppo grosse per permettere la sospensione delle sanzioni economiche.
Al contrario, i sostenitori ne sottolineano la possibilità di limitare la costruzione di una bomba nucleare, che porterebbe la regione ad una rapida corsa agli armamenti.

Quando si tratta del nucleare bisogna sempre fare attenzione e il rischio che qualcosa vada storto aumenta ancora di più se chi si parla si odia da 40 anni. Il problema, però, è che un altro Paese con la bomba nucleare costituirebbe un problema per tutto il mondo e non solo per gli Stati Uniti. Non resta che sperare che il buon senso prevalga sullo scontro e si arrivi ad un accordo.

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