Siri

In un film statunitense e superpremiato del 2013, dal titolo “Her” (“Lei”), Theodore, un uomo introverso e depresso, inizia una vera e propria “relazione” intima con una voce femminile proveniente dal software del proprio cellulare. Il film è bellissimo e commovente, e soprattutto ci insegna, per così dire, una cosa che potrebbe sembrare inutile o, addirittura, sbagliata, ma che sbagliata non è: non giudicare, come se aprissero la porta ad implicazioni etiche unidirezionali, i rapporti possibili, ora e nel futuro, tra uomo e macchina, uomo e computer, uomo e siri, uomo ed intelligenza artificiale.

Theodore e Samantha

Certo, Samantha, la voce suadente del software di Theodore, che è quella di Scarlett Johansson (nell’edizione italiana è quella di Micaela Ramazzotti), non ha “carne”, è la voce di un essere che non potrà mai essere stretto fra le braccia, o amato corporalmente, eppure… Eppure Theodore attraversa un vissuto reale di compagnia, confidenza, fiducia, attesa dell’incontro. Che significa tutto ciò? In realtà non lo sappiamo ancora, forse.

Dalla fantascienza al presente

Come tutti sanno, Siri è l’assistente virtuale presente nei dispositivi di alcune marche di smartphone. Ci si parla, “le” si fanno domande, “le” si chiedono consigli… Cosa ci impedisce di avvicinare questi piccoli, banali vissuti a quelli del film “Lei”? E se una voce consente ad una donna o ad un uomo una più o meno breve illusione di socialità, chi siamo noi per dire: “non ci si incontra più…” o “siamo tutti soli davanti ad uno schermo”, o l’immancabile “una volta non era così”? Certo, una volta non era così, ma questo è il senso stesso della storia. Lasciamo che le innovazioni e i cambiamenti ci interessino e, perché no, ci divertano… come quando ascoltiamo la cantante Elodie, nel singolo “Margarita”, chiedere, appena alzata, “Siri, che giorno è?”.

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