Fast fashion

È ormai prassi di molti brand, dall’alta moda a quelli più blasonati, di inserire nelle proprie collezioni dei prodotti considerati “green”, sostenibili e rispettosi dell’ambiente. Molto spesso nascono vere e proprie collezioni, che ruotano intorno a questi stessi concetti. Ma se anche e soprattutto per via del Fast Fashion, la moda è ad oggi la seconda industria più inquinante al mondo, tutto questo può dirsi abbastanza?

Fast fashion: cos’è

Per Fast Fashion intendiamo quel settore della moda che opera un continuo scambio e riassortimento della propria offerta. Ciò si traduce in nuove collezioni presentare rapidamente ed altrettanto rapidamente finire in salto a prezzi scontatissimi. Siamo portati ogni giorno a comprare “fast fashion” visti i prezzi molto competitivi con cui possiamo portare a casa un gran numero di capi. Alcuni di questi finiscono dimenticati in fondo all’armadio, altri usati poche volte vista la scarsa qualità del prodotto finale. Compriamo sempre di più, continuamente alla ricerca del pezzo più “nuovo”, non necessariamente utile o qualitativamente superiore. I marchi notoriamente considerati “Fast Fashion” sono quelli relativi alla grande distribuzione come Zara, H&M e simili. I prezzi dei loro prodotti sono concorrenziali, certo, ma a quale prezzo?

Lavoro sottopagato e pericoloso

Uno dei casi più eclatanti che ha portato l’opinione pubblica a interessarsi al caso risale al 2013 ed è conosciuto come il “crollo del Rana Plaza di Savar”. Savar è un distretto di Dacca, la capitale del Bangladesh, dove appunto sorgeva l’edificio commerciale del Rana Plaza. Tra negozi e appartamenti, all’interno dell’edificio figuravano molte fabbriche tessili, in cui gli operai erano costretti a lavorare per molte ore per una paga misera. Nonostante nei giorni precedenti si fossero notate crepe nella struttura e le altre attività fatte evacuare, i proprietari delle fabbriche tessili hanno costretto i propri operai a tornare sul luogo di lavoro, dove purtroppo è avvenuto il crollo che è costato la vita a 1.129 persone con 2.515 feriti.

Ciò ha alzato il polverone, ma la realtà sottostante è ben più vasta. Oltre alle terribili condizioni di lavoro troviamo appunto la paga ai limiti del possibile, e molto spesso anche lavoro minorile.

Spreco di risorse

Solo all’industria del Fast Fashion va il 20% dell’acqua utilizzata ogni anno e non si contano i prodotti chimici, i pesticidi usati duranti la produzione, i rifiuti a cielo aperto generati di volta in volta che inquinano il nostro pianeta. Per la Commissione Europea, come riporta Il Sole 24 Ore, solo 1% dei rifiuti tessili globali è riciclato e riutilizzato.

Come rimediare al Fast Fashion

Le aziende dovranno interessarsi sempre più a una nuova prospettiva che le guidi ad essere realmente più sostenibili. A questi ritmi, sia il pianeta che il capitale umano utilizzato saranno portati a un carico che già oggi non è più sostenibile.

Ma cosa possiamo fare noi consumatori per limitare i danni del Fast Fashion? Secondo uno studio della ong Ecos, riutilizzare un capo il doppio delle volte rispetto alla media porta a generare il 44% di gas serra in meno rispetto alla produzione di un nuovo capo. Uno dei primi gesti che appunto possiamo fare è aumentare l’utilizzo dei capi che abbiamo già e ridurre l’acquisto di capi nuovi. Esiste poi un mercato, sempre più fiorente, fatto di Vintage (vecchi capi ancora nuovi ma mai indossati e invenduti) e capi usati acquistati da terzi a cui la clientela può rivolgersi. Ci sono poi molte aziende, sempre più prolifere, che producono capi con materiali innovativi o riciclati e nel pieno rispetto dei lavoratori. Alternative che a un tempo venivano bollate come costose, ma che oggi vendono i propri prodotti a prezzi sempre più accessibili. Un risparmio per noi, per chi ci lavora e per il pianeta.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here