progresso

E’ probabilmente dal XVIII secolo che, con la cosiddetta “rivoluzione industriale”, gli esseri umani hanno cominciato a “fissare il futuro” con una componente aspra ed agra di “timore e tremore”. Prima, le forze della natura, da sole, avevano da sempre fatto paura. Anche le malattie avevano portato da sempre terrore e spavento: esse scoppiavano spietate, tramite contatto con elementi naturali, o attraverso ingerimento o inspirazione di organismi o di gas naturali patogeni, portatori di sconvolgimenti del corpo. Dunque la peste, i terremoti, le eruzioni vulcaniche. Tutte queste cose facevano paura, facevano parte, se vogliamo, degli incubi dell’uomo. Certo, anche la guerra mieteva vittime, ed era la prima portatrice di carestie, di fame, anche di pestilenze, in realtà. Ma nessuno avrebbe potuto pensare che un giorno il progresso umano in quanto tale avrebbe fatto paura. Sarebbe stato parte degli “incubi”. 

Nel 1973, negli USA, uscì un film dal titolo Soylent Green. In Italia il film fu chiamato “2022: i sopravvissuti”, titolo che pare quasi interpellarci. Abbiamo già parlato, su questo portale, della realtà del racconto distopico, come genere letterario “pieno” di futuro. Qui ci interessa altro: vogliamo provare – è sempre un tentativo – a chiederci perché nel nostro vissuto di donne, uomini, ragazzi dei primi decenni degli anni 2000 e, prima, degli ultimi anni dei ’90 (al di là della “fantasia distopica”, che è anzitutto arte), il pensiero del “futuro della tecnologia innovativa” possa spaventare. Cioè, in altre parole: perché lo sfondo visibile di un ipotetico “cannocchiale sul domani” ci farebbe “tremar le vene e i polsi”, se dovessimo accostare ora tale strumento agli occhi? Perché dire 2060 ci fa girare la testa?

Il capolavoro di Fleischer

“2022: i sopravvissuti”, il capolavoro con Charlton Heston, in questo contesto ci interessa per il “vissuto” artistico a tale opera sotteso. Cioè: perchè nel 1973 nominare il 2022 portava e com-portava una certa agitazione nel pubblico? Immaginiamo sia per lo stesso motivo per cui, oggi, fantasticare sul mondo tra quarant’anni ci inquieta. Probabilmente la forza, la precisione, la ripetitività pressoché infinita della “macchina”, che si presenta, in tal modo, come competitor insuperabile dell’essere umano nella dimensione del lavoro, conduce il pensiero ad un insopprimibile flash: la fagocitazione di “tutte” le risorse naturali. La “spremitura” siffatta del mondo comporta nella mente, per una “drammatica contraddizione”, il risultato della salute e della longevità per tutti gli umani, unite al tragico “punto 0” della produttività della Terra. Nel film del ’73 sulla terra l’ambiente naturale è un amaro ricordo, il clima è torrido, c’è una “formicolante” sovrappopolazione e si lotta per il cibo.

Progresso e paura: dal “dramma” al nostro “cielo” più razionale

La genialità di Fleisher, in Soylent Green, è stata nel creare un thriller, all’interno del genere distopico. In un pianeta in cui la sovrappopolazione (derivante dal progresso!) è la tragedia più acuta, il detective interpretato da C.Heston scopre che l’unico cibo che è rimasto in quantità “industriali” all’umanità, il Soylent, è prodotto con cadaveri umani. E’ sottinteso un requiem per la Natura, ormai “incapace” di nutrire l’uomo. Ma oggi, al di là dei meriti artistici di ogni saga distopica, è inevitabile “abitare” una paura di questo tipo, “fissando” insieme natura e tecnologia innovativa? A noi pare sia cambiato qualcosa, rispetto a questa visio quasi “necessaria” di un’umanità che abita, formicolante e claustrofobica, una terra “arsa” dalla “potente ripetitività” del lavoro delle macchine. Questo qualcosa ha un nome, oggi, quasi banale: competenze ecosostenibili. Le Università ne sono colme. Se ne parla a scuola. I ragazzi non hanno paura di dire 2060. 

 

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