podcast

Nel 1976 un testo di Eugenio Finardi celebrava con entusiasmo l’avvento delle radio “libere”. Era una rivoluzione che riguardava il mondo dell’arte musicale ma, più in generale, l’universo della stessa espressione del pensiero democratico. Il testo di Finardi recitava: «Quando son solo in casa/[…]c’è qualcosa di molto facile/che io posso fare:/è accendere la radio/e mettermi ad ascoltare./Amo la radio perché arriva dalla gente/entra nelle case/e ci parla direttamente/e se una radio è libera/ma libera veramente/mi piace ancor di più/perché libera la mente». Le radio libere, per sorgere, avevano avuto bisogno di un atto giuridico che, “pronunciato” adesso con la sua definizione giurisprudenziale, fa quasi sorridere: era la “liberalizzazione dell’etere”, sancita dalla Corte Costituzionale nello stesso 1976. Oggi l’avvento dei “podcast” fa ripensare a quella entusiastica rivoluzione.

Ma cos’è un podcast? In un certo senso è il “sogno realizzato” di chi – singoli o gruppi di persone – desideravano “creare” uno spazio audio da riempire con storie da raccontare, con incontri da documentare, con interviste, con temi delicati da affrontare e per i quali costruire un audio-rifugio più tranquillo del resto dell’universo social. Uno spazio, soprattutto, on demand. Facciamo un paragone: il radio-ascoltatore accende il proprio apparecchio, ruota la manopola e, raggiunta la frequenza di cui preferisce fruire, “cattura” ciò che in quel momento sta “scorrendo” in quel canale dell’etere. Ciò che “offre” il podcast, invece, è un evento audiofonico unico nel suo genere, che “sta lì”, su di un blog, o all’interno di un sito, e ci “attende” con i propri contenuti. Il podcast non ha a che fare con l’“improvvisazione” degli speaker radiofonici, quanto piuttosto con un “monologo” registrato una volta per sempre. In questo senso è assimilabile di più al “prodotto artistico”. E’ lì, su quello spazio web a cui abbiamo accesso, non si muove, e lo possiamo riascoltare anche mille volte, soltanto con un touch su “play”. 

Il podcast e la creazione di un posto sicuro

Inutile dire che la possibilità di creare una propria “stanza intellettuale”, o artistica, alla quale altri possano accedere dopo aver “varcato la soglia” di un sito specificamente dedicato, e con delle condizioni di utilizzo, oppure dopo essersi “abbonati” ad una “lista di servizi” suddivisi sulla base dei “contenuti”, fa sì che i “monologhi” – o gli “incontri-interviste” – vivano una dimensione abbastanza sicura e protetta. In questo modo l’autore può tranquillamente far seguire “puntata” a “puntata” della trasmissione podcast, libero di sfogare il proprio estro artistico oppure di rendere pubblici i ragionamenti o le notizie che gli interessa condividere, a seconda del focus del podcast, che può essere tanto la squadra del cuore quanto la politica o la discussione intorno a problematiche sociali.

“Fare la mia/nostra parte”… per il mondo

Sono sorti, negli ultimi anni, probabilmente anche a causa della “riservatezza” che questa dimensione garantisce al proprio mondo di autori e di ascoltatori, alcuni podcast dedicati, ad esempio, alle problematiche del mondo LGBTQ+, ma anche, ad esempio, una ricerca sulle religioni in Italia nel tempo del multiculturalismo, oppure quelli che definiremmo, come dire, “spazi di respiro”, in cui far rivivere storie private, dimenticate dall’opinione pubblica ma non dai loro stessi protagonisti. E’ il caso, veramente emblematico della potenza sana dell’innovazione podcast, della storia di una ragazza quindicenne, Chiara Gualzetti, uccisa un anno fa nel bolognese da un coetaneo, episodio perso nel caos, purtroppo inevitabile, delle cronache quotidiane. Il padre e gli amici di Chiara hanno voluto raccontare in podcast tutto ciò che sapevano e che ricordavano – il podcast, soprattutto, racconta e si “incastona” per sempre in un “luogo” web, che non è né etere né carta di giornale – .

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here