E’ ormai all’ordine del giorno la discussione sulle varianti di Sars-COV-2 che si stanno diffondendo nel mondo. Sappiamo che le mutazioni avvengono di continuo: la maggior parte di esse sono “innocue” e non portano a variazioni nella trasmissibilità e nella letalità del virus, ma quando avvengono mutazioni che rendono il virus più trasmissibile, la variante “più forte” pian piano inizia a prevalere sulle altre.

Le principali mutazioni osservate sono quella inglese, sudafricana e brasiliana, ognuna con le proprie peculiarità. Nonostante alcune osservazioni preliminari, è difficile quantificare l’effettiva trasmissibilità e patogenicità delle varianti, rilevate da troppo poco tempo. E qui si pone un ulteriore problema: i vaccini sviluppati e approvati fino ad oggi sono in grado di contrastare queste mutazioni? Sarà necessario effettuare richiami o vaccinarsi nuovamente? Purtroppo ad oggi non esiste una risposta univoca a queste domande.

Di conseguenza, le principali autorità sanitarie chiedono misure più restrittive, volte ad un contenimento del virus. Nel Regno Unito, in Germania e in Francia, dove queste varianti si sono diffuse prima che in Italia, le restrizioni si sono già intensificate da alcune settimane. La ratio di queste norme è sempre la stessa: diminuendo la circolazione del virus, si diminuisce anche la circolazione delle varianti, ma anche il rischio che possano crearsene di nuove. Come sempre queste misure hanno un limite nei risvolti economici e sociali che le accompagnano.

Ma cerchiamo di fare chiarezza su un argomento ancora oggetto di studio.

Cosa sono le varianti?

Quando i virus si riproducono, può succedere che in alcune copie si trovino degli “errori”, detti mutazioni.
Dall’inizio della pandemia sono state documentate numerose mutazioni del SARS-CoV-2. La maggior parte non ha modificato le caratteristiche del virus, ma alcune mutazioni avvenute di recente gli hanno dato una maggiore trasmissibilità, una maggiore patogenicità o la possibilità di aggirare l’immunità precedentemente acquisita.

Quali sono le varianti attualmente in circolazione?

Variante inglese

Isolata per la prima volta a settembre in Gran Bretagna, mentre il primo caso europeo è stato rilevato a novembre. Ha una maggiore trasmissibilità e sembrerebbe anche una maggiore patogenicità.

Variante sudafricana (501 Y.V2)

Isolata per la prima volta a ottobre 2020 in Sudafrica, mentre il primo caso europeo è stato rilevato a fine dicembre. Presenta la mutazione di quella inglese, più altre due mutazioni. Ha una trasmissibilità maggiore, e si sta studiando se possa causare un maggior numero di reinfezioni in individui già contagiati.

Variante brasiliana

Isolata per la prima volta a gennaio 2021 in Brasile e in Giappone. Ha una trasmissibilità più elevata ed è possibile che causi un numero più alto di infezioni in soggetti guariti.

E i vaccini?

I vaccini attualmente in circolazione sembrerebbero efficaci sulla variante inglese, mentre per le altre due potrebbe verificarsi una diminuzione dell’efficacia. Il Sudafrica, per esempio, ha sospeso la somministrazione del vaccino Oxford-Astrazeneca, in quanto sembra essere inefficace contro la variante che si è diffusa nel Paese. Al contrario delle altre tipologie, i vaccini a mRNA possono essere adattati alle varianti in modo da risultare efficaci.

La situazione italiana

Secondo gli ultimi dati, la variante inglese rappresenta circa il 17,8% del numero totale dei contagi. I dati sono molto variabili, con picchi diversi a livello regionale. La situazione ha portato gli esperti a chiedere misure più restrittive, come un nuovo lockdown nazionale. Alla luce dei dati attuali è stato obiettato che la misura potrebbe essere esagerata, ma a spaventare è soprattutto la maggiore trasmissibilità delle nuove varianti.

E’ giusto dare una “nazionalità” alle varianti?

Nonostante sui media abbia preso piede l’idea di chiamare le varianti in base al proprio paese d’origine, questa scelta presenta alcuni problemi. In primo luogo, questi nomi potrebbero far pensare a varianti localizzate solo in specifiche aree del mondo, scatenando talvolta dei meccanismi discriminatori, mentre in realtà il nome si riferisce al paese che per primo ha scoperto il nuovo ceppo. In secondo luogo, il nome non si riferisce chiaramente a quale mutazione caratterizza la variante.

Le possibili soluzioni

Fra le proposte vi è anche l’idea di utilizzare una sorta di meccanismo a semaforo: dal nome della variante sarebbe possibile identificarne la gravità. In questo modo, gli esperti potrebbero avere un quadro più chiaro delle varianti esistenti e valutare in maniera immediata su quale di esse concentrare la propria attenzione. Inoltre, se venisse introdotto un sistema di questo tipo, sarebbe possibile identificare dal nome le mutazioni coinvolte, facilitando ancora di più l’identificazione del virus e la corretta catalogazione dei dati. Un problema che quindi sembra essere banale può in realtà essere fondamentale per lo studio approfondito delle varianti.

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