Inquinamento e archeologia
Arbusti campionati nell’area archeologica del Paedagogium, pendici meridionali del Palatino.

L’inquinamento, un rischio per l’archeologia

I livelli di inquinamento dovuti alle alte concentrazioni di PM – particolato medio – nei contesti fortemente urbanizzati rappresentano un rischio legato non solo all’insorgenza di patologie respiratorie negli individui più fragili, ma anche al peggioramento delle condizioni di conservazione del patrimonio di interesse storico e artistico che costella le nostre città. Nello specifico, l’inquinamento è a tutti gli effetti un rischio per l’archeologia.

Marmi un tempo candidi e ora ricoperti da una sottile coltre di polveri, superfici ingrigite da piogge acide e gli effetti abrasivi, parzialmente distruttivi, delle particelle metalliche dimostrano quanto aggressivo l’inquinamento possa risultare nei confronti dei vulnerabili beni archeologici. Le necessità, sempre più impellenti, di conservazione dei siti di interesse archeologico hanno dunque alimentato pratiche di piantumazione di specie arboree in grado di ‘bioaccumulare’, e dunque trattenere, una parte delle particelle metalliche disperse nell’ambiente.

Foglie e licheni per una conservazione preventiva contro l’inquinamento

Per valutare dettagliatamente i livelli di inquinamento e gli effetti benefici delle aree verdi realizzate in prossimità del sito archeologico del Palatino, un team di esperti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Parco Archeologico del Colosseo, dell’Università di Siena (UniSI) e dell’Accademia Nazionale dei Lincei ha condotto uno studio che ha permesso di giungere a significative conclusioni. Nello specifico, l’indagine condotta ha dimostrato che la concentrazione delle particelle metalliche bioaccumulate dai licheni e dalle foglie dipende dalla distanza longitudinale dalla strada e, sebbene in misura minore, anche dalla quota rispetto alla stessa. Emerge chiaramente, dunque, la necessità di collocare apparati vegetali quanto più possibile in prossimità del piano stradale. I risultati, inoltre, hanno rivelato che le foglie riescono ad accumulare tutte le componenti del PM, mentre i licheni, impiegati nello studio, sono i migliori bioindicatori della sola componente aerodispera.

Inquinamento e archeologia
Arbusti campionati nell’area archeologica del Paedagogium, pendici meridionali del Palatino.

Questo progetto, confluito in uno studio dal titolo “Nature-based solutions for monitoring the impact of vehicular particulate matter and for the preventive conservation of the Palatine Hill archaeological site in Rome, Italy” ha dunque fornito indicazioni utili sulla capacità delle foglie di accumulare particolato in funzione della specie arborea di appartenenza e della loro collocazione urbana, contribuendo a limitarne gli effetti distruttivi sui beni culturali.

Obiettivi presenti e prospettive future

Nato da un accordo di collaborazione tra il Parco archeologico del Colosseo e l’Accademia Nazionale dei Lincei, il lavoro vanta il merito di aver esteso all’ambito archeologico l’utilizzo di tecniche chimiche e magnetiche per determinare l’impatto antropico sui beni culturali e mira ad ampliarsi attraverso ulteriori studi. Sono in corso, ad esempio, operazioni di biomonitoraggio dell’inquinamento atmosferico nei Musei di Buenos Aires, alla Cupola del Brunelleschi della Cattedrale di Santa Maria del Fiore di Firenze e presso il Metropolitan Museum of Art di New York per valutare dati ed esperienze raccolte in differenti contesti urbani.

 

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