Il termine inglese, che sta ad indicare l’equilibrio tra vita privata e lavorativa, oggi assume nuove connotazioni. In un mondo profondamente mutato dalla pandemia, è lecito pensare che gli equilibri e le possibilità prima immaginate ora debbano fare i conti con la realtà fatta di smart working e dalle rinnovate problematiche.

Un paradigma ridisegnato

Nato negli anni ’60, il concetto di “work life balance” ha assunto sempre più importanza nel mondo globalizzato (e moderno). Sempre più persone, infatti, hanno deciso di cambiare lavoro proprio per un miglior bilanciamento tra le ore passate a lavoro e quelle dedicate alla famiglia o ai propri interessi. Ciò si traduce nella possibilità di poter lavorare da casa una volta a settimana, qualche ora libera da lavoro in giorni specifici o tragitti più brevi tra casa e ufficio. Se queste oggi sembrano richieste legittime, l’Italia risulta ancora molto indietro in termini di work life balance.

Il nostro paese, infatti, ha sempre dato molta importanza più al monte ore che al lavorare per obiettivi. Anche una volta finite le proprie mansioni sembra ancora assurdo il potersi allontanare dal luogo di lavoro per tornare prima a casa o sbrigare qualche commissione. Oggi però ci ritroviamo con lockdown e smart working, un termine rapidamente entrato nel vocabolario di tutti i giorni. Certo, lo smart working non è esente da difetti, ma ha quantomeno dimostrato che lavorare da casa è possibile. E a molti fa gola la possibilità di scegliere autonomamente quando poter lavorare da casa e quando recarsi in ufficio.

L’esempio Revolut

Revolut è una fintech inglese che ha deciso di rendere il lavoro flessibile permanente. Ciò vuol dire che gli oltre 2000 dipendenti potranno decidere quando (e quanto) recarsi in ufficio e lavorare da casa. Questa scelta si è vista possibile anche perché la crescita della fintech non si è arrestata per via dello smart working. Ne ha giovato sia in termini di espansione (esordendo in tre nuovi mercati quali Stati Uniti, Australia e Giappone) e in percentuale di gradimento dei dipendenti (il 60% ha riscontrato un maggior work life balance). Insomma: se fatto bene, perché no?

L’Italia e lo smart working

Certo è che tutto ciò che sembra troppo bello per essere vero, probabilmente lo è. Non tutti infatti prediligono il lavoro in smart working. In Italia, ad esempio, tramite una ricerca realizzata da Fellowes si è riscontrato come molti intervistati si siano sentiti stressati (45%) isolati (36%) e tristi (33%). Molti hanno lamentato una contaminazione tra vita privata e lavorativa che, senza confini fisici, spesso si traduceva in orari di lavoro oltre il consentito (49%) o con giorni di riposo in realtà passati a lavorare (41%). Secondo il 46% degli intervistati, i datori di lavoro tendono a non dare peso al benessere dei propri dipendenti, prediligendo la produttività e i profitti rispetto alla loro salute. Visti anche questi motivi, il 47% vorrebbe avere la possibilità di alternare lo smart working con il lavoro di ufficio.

Un futuro concreto

Come accennato, lo smart working ha dimostrato ai datori di lavoro che lavorare da casa è possibile. Con l’esempio Revolut, se questo è ben fatto incentiva i dipendenti a lavorare per obiettivi e a massimizzare i profitti. Sembra quindi auspicabile che nel mondo (e nel nostro paese) si potrà offrire a più realtà lavorative la possibilità di lavorare anche da casa con un sistema misto, in cui l’ambiente lavorativo verrà ridimensionato per adattarsi alle esigenze di un work life balance oggi ridisegnate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here