I difficili mesi della pandemia di Covid-19 hanno posto le nostre società di fronte a sfide inedite, che non avremmo mai voluto affrontare. Tra le cose che sono cambiate maggiormente nella nostra quotidianità c’è naturalmente il lavoro, che nel periodo più buio della crisi è diventato “smart”. Si è spostato dagli uffici alle abitazioni, permettendo agli impiegati del settore privato e pubblico (ove possibile) di svolgere le proprie funzioni da remoto, così da ridurre al minimo gli spostamenti e le interazioni sociali che possono diventare causa di contagio.

Prima della pandemia, lo smart working era poco utilizzato in Italia, gravato da pregiudizi e riserve che lo relegavano a una modalità lavorativa di serie B, ma con l’avvento del lockdown abbiamo iniziato (non senza difficoltà) a farci i conti. Tornare indietro potrebbe essere oggi quasi impossibile.

Con il passare dei mesi quello del lavoro da remoto è diventato uno dei temi più discussi e divisivi del nostro dibattito pubblico, poiché al suo interno emergono diverse conflittualità latenti: lo smart working può essere un formidabile strumento di welfare aziendale, ma pone diversi dilemmi relativi all’economia delle città e alla gestione psicologica del tempo libero.

La normativa

Un quadro legislativo sullo smart working esiste in Italia dal 2017, quando la legge numero 81 fissò per la prima volta le «misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato», segnando così di fatto il superamento del cosiddetto “telelavoro”.

Mentre quest’ultimo consisteva nell’attività lavorativa svolta in casa secondo gli stessi orari dell’ufficio e utilizzando una postazione simile, la nuova legge non prevede precisi vincoli di tempo e luogo: in linea teorica il dipendente assunto con questa modalità può lavorare scegliendo gli spazi e gli orari più adeguati alle sue necessità, svolgendo i suoi incarichi «in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno, senza una postazione fissa», prescrive la legge. Il dipendente avrà diritto allo stesso stipendio dei suoi colleghi assunti con un contratto tradizionale e il datore di lavoro dovrà garantire la «sicurezza e il buon funzionamento degli strumenti» in dotazione.

I sostenitori dello smart working

Maggiore flessibilità

Il primo argomento di chi spinge per la piena attuazione dello strumento ha a che fare con la maggiore flessibilità offerta dallo smart working. Per sua natura, infatti, questa modalità lavorativa è pensata per conciliare i tempi di vita e quelli di lavoro, uscendo dal falso dualismo che pretende di subordinare il tempo libero alla carriera e viceversa. Del resto, l’istituto delle otto ore lavorative giornaliere fu introdotto per la prima volta in Italia nel 1919, con un accordo tra Fiom e Federazione degli industriali metallurgici, come conseguenza di una battaglia internazionale volta a ottenere «Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire».

Da quel momento sono passati oltre cento anni e oggi molti paesi europei – tra i quali Germania e Finlandia, ma è una dinamica in corso anche all’interno dei principali sindacati italiani – discutono concretamente della possibilità di abbassare la quantità di ore lavorative settimanali, a parità di salario. È il segnale di un’esigenza diffusa, che preme per adeguare i ritmi lavorativi a una vita sempre più frenetica: offrire la possibilità di gestire i propri orari e di non recarsi ogni giorno in azienda sarebbe sicuramente un passo molto importante in tal senso.

Ottimizzazione delle risorse

Il secondo fattore che porta a propendere per l’utilizzo su larga scala dello smart working anche dopo la pandemia è l’ottimizzazione delle risorse, in primo luogo di quelle ambientali. Il lavoro da remoto permette infatti di risparmiare sui costi e sui tempi del trasferimento casa-lavoro e lavoro-casa, ma soprattutto di tagliare le emissioni di gas nocivi.

Secondo uno studio condotto da Enea – l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile – in appena due mesi lo smart working sarebbe in grado di ridurre la mobilità quotidiana di circa un’ora e mezza in media a persona, per un totale di 46 milioni di chilometri evitati e un risparmio di 4 milioni di euro, provenienti dal mancato acquisto di carburante. Per l’ambiente questo si tradurrebbe in un taglio di 8 mila tonnellate di CO2, 1,75 tonnellate di PM10 e 17,9 tonnellate di ossidi di azoto (sempre nell’arco di due mesi). Una ricerca simile, condotta nel 2018 e intitolata “Added Value of Flexible Working” (Il valore aggiunto del lavoro flessibile), aveva invece calcolato il risparmio da smart working in 214 milioni di tonnellate di anidride carbonica entro il 2030, la stessa quantità di CO2 che verrebbe sottratta dall’atmosfera da 5,5 miliardi di alberi.

Aumento di produttività

L’ultimo punto a favore dello smart working è anche quello probabilmente più caro alle aziende: la produttività. Tutte le ricerche condotte sul tema evidenziano infatti una correlazione positiva tra l’introduzione di modalità lavorative agili e il miglioramento delle performance, a partire da quella condotta da Gallup (l’istituto di ricerca più famoso e rispettato al mondo) che evidenzia un aumento della produttività in smart working pari al 21%. In Italia una ricerca simile è stata realizzata dall’ufficio studi Pwc e segnala che se tutti i lavoratori le cui mansioni lo permettono ricorressero allo smart working, il Pil italiano crescerebbe fino a un +1,2%. La flessibilità, insomma, conviene anche ai datori di lavoro.

Smart working: i contro

Ricaduta sull’economia

La principale obiezione formulata dai detrattori dello smart working è di carattere strettamente economico. Perché sì, non doversi recare ogni giorno al lavoro presenta degli indubbi benefici sul risparmio privato e sulla sostenibilità ambientale, ma innesca anche un meccanismo che sul lungo termine finisce per impattare negativamente sul volto delle città.

I lavoratori dipendenti contribuiscono infatti a mettere in moto l’economia, non solo con i piccoli acquisti quotidiani – come il biglietto della metro, il caffè al distributore o il panino al bar – ma anche pagando il canone d’affitto: come ha rivelato l’annuale report di SoloAffitti sull’andamento dei prezzi, lo smart working ha contribuito a far calare i canoni di locazione in media del 7,5%, dal momento che gli impiegati non hanno più la necessità di vivere nella città in cui lavorano. E se questa è una buona notizia per chi è alla ricerca di un appartamento, a farne le spese è senza dubbio l’economia dei grandi centri urbani.

Secondo le ultime stime pubblicate da Ismea (ente pubblico che si occupa dei servizi per il mercato agricolo alimentare) il settore Ho.Re.Ca (Hotellerie, Restaurant, Cafè) avrebbe subito in Italia una contrazione del 40% del proprio fatturato nel solo 2020. Certo, questa è una dinamica che pesa particolarmente a emergenza sanitaria in corso (lo smart working tradizionale prevede alcuni giorni della settimana da passare negli spazi aziendali) ma, seppur in misura minore, avrebbe indubbie conseguenze anche in condizioni “normali”.

Assottigliamento del confine tra lavoro e tempo libero

La seconda problematica dello smart working è quella collegata ai confini psicologici tra lavoro e tempo libero. Come ha evidenziato l’esperienza offerta dalla pandemia, una delle conseguenze meno desiderabili del lavoro da remoto è il burnout, il crollo emotivo derivante dall’intenso stress lavorativo. Secondo una ricerca commissionata da LinkedIn, il 22% dei lavoratori impiegati con la modalità agile si è sentito in dovere di rispondere più rapidamente e di essere disponibile più a lungo, iniziando le giornate in anticipo e lavorando anche dopo le canoniche otto ore. Il 18% del campione intervistato ha riferito che la propria salute mentale è stata influenzata negativamente dal fatto di lavorare da casa, il 27% ha riscontrato difficoltà a dormire, il 22% ha provato una qualche forma di ansia e il 26% ha percepito di non essere concentrato durante il giorno.

Diritto alla disconnessione

Per attenuare gli effetti di questa rivoluzione delle modalità lavorative, il legislatore ha introdotto uno strumento normativo indispensabile: il diritto alla disconnessione. Si tratta della facoltà – attualmente in discussione al Parlamento Europeo – in seno al lavoratore di non essere costantemente reperibile e di non rispondere alle comunicazioni di lavoro durante il periodo di riposo, senza che questo comprometta la sua situazione lavorativa. In Italia questa prerogativa non viene sempre esercitata, come testimonia il boom di disturbi psicologici dovuti all’eccesso di lavoro, ma la regola esiste ed è contemplata dalla già citata legge n.81 del 2017.

In generale, lavorare da casa pone gli impiegati nella non semplice posizione di dover tracciare i confini tra lavoro e famiglia, nonché di sentirsi tagliati fuori dal resto del mondo. È quel senso di alienazione che Beppe Sala ha riassunto nella formula “effetto-grotta”, ma che è strettamente collegato alla pandemia da Covid-19: come abbiamo visto, per evitare tale malessere emotivo la legge italiana sullo smart working contempla che una parte delle ore settimanali debba essere passata negli spazi aziendali. Una tutela psicologica per il lavoratore che speriamo possa tornare ad essere esercitata al più presto.

In conclusione

La pandemia da Covid-19 ha messo al centro del dibattito il tema dello smart working, una modalità lavorativa introdotto in Italia nel 2017 che permette maggiore flessibilità per quanto riguarda gli orari e gli spazi di lavoro. La premessa necessaria per discutere di lavoro agile è che questo non è attualmente impiegato, dal momento che l’emergenza sanitaria in corso non permette di gestire in modo ottimale l’alternanza tra il lavoro da remoto e quello in azienda, condizione alla base della normativa italiana sul tema.

Lo smart working aiuta certamente a conciliare i ritmi di vita e quelli di lavoro, portando degli indubitabili vantaggi anche sul piano ambientale. Contrariamente allo stereotipo dell’impiegato che necessita di costante supervisione, questa modalità aumenta anche la produttività lavorativa. Esistono però dei contro piuttosto importanti, sia dal punto di vista economico che da quello psicologico. Nel primo caso ci troviamo di fronte a un calo dei canoni di locazione (-7,5%) e ad un’importante contrazione dell’economia urbana, soprattutto nei grandi centri abitati.

Prendendo in esame l’aspetto psicologico dello smart working, invece, è importante sottolineare che la legge vigente in Italia assegna al lavoratore nuovi diritti, primo tra tutti quello alla disconnessione, che consente di non essere sempre reperibili: se applicata correttamente, la normativa farebbe pendere la bilancia decisamente dal lato dei pro. Ma è una variabile al momento impossibile da valutare e sulla quale vale la pena attuare un attento monitoraggio.

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