dialetto

Molti anni fa (ma in realtà spesso anche oggi), ogni volta che qualcuno inseriva termini “stranieri” (in particolare inglesi) nel proprio parlare quotidiano, scattava subito l’“accusa” di esterofilia. Questa parola voleva e vuole significare la “preferenza” verso i lemmi non italiani – magari alla moda – nella costruzione del proprio linguaggio. In realtà questa questione potrebbe essere focalizzata da ben altro punto di vista. Già gli umanisti italiani del XVI secolo affermavano che “eloquentia est sapientia”. Be’, a noi pare appunto che il “fiume” di parole “altre” che caratterizza il discorso dei giovani sia un plus dialettico, non una perdita di una presunta identità.

Quando, nel 2022, un ragazzo dice: “domani è sabato, la giornata di lavoro è strong”, perché magari lavora in un locale di ristorazione, egli non vuole dire “la giornata è più piena, dunque più faticosa delle altre”. No. Questo ragazzo vuole dire precisamente che la giornata di domani è strong. Non altro. Egli ha arricchito il proprio linguaggio e comunica dei nuovi significati alla persona che sta interloquendo con lui. Ma questo, se ci pensiamo, è sempre stato vero. Sono vari decenni che si parla di “feeling” tra due persone, che ci si infervora per l’arrivo del “week-end”, che si ragiona sul “business” in economia, ecc. Ma riguardo agli esempi fatti fin qui si trattava di inglobare una lingua, quella del commercio e degli affari. Certo, anche queste “pure traduzioni” finivano per moltiplicare l’eloquenza: il senso concettuale che ci raggiunge quando sentiamo dire “business” non è affatto lo stesso di quando ascoltiamo la parola “affari”. Eppure oggi le regole della creazione del linguaggio sono cambiate ulteriormente. Le “locuzioni” si moltiplicano quotidianamente, tra mondo digitale, mondo virtuale, innovazione continua. Si sta facendo strada una specie di slang del futuro, una eloquentia dalla quale non possiamo rimanere fuori.

“Emergenza pandemica” e tecnologia

Alcuni termini, oggi, semplicemente non si “traducono” più. E probabilmente questo è segno di maturità linguistica, non di “resa” alle mode del momento. Ogni lemma – forse oggi lo si è capito – irrompe nel linguaggio perché c’è una storia che ve lo ha condotto. Parlare, dopo questi anni di restrizioni e di strategie resistenti, ad esempio, di webinar, “muove qualcosa” nella mente di chi ascolta, e in costui si “attiva” subito l’immagine di se stesso, di uno schermo, di un volto, di una attenzione prestata all’ascolto. Non c’è traduzione. La parola ha conquistato il proprio spazio, e non lo perde più. E’ lo stesso – possiamo farne tutti esperienza – quando diciamo “oggi lavoro in smart”. E’ come se non stessi affatto dicendo “oggi lavoro da casa”, bensì stessi “attivando” dei concetti fatti di tecnologia e umanità mescolatetecnos e di antropos – che comportano un flash mentale assolutamente nuovo.

Il dialetto del futuro: una lingua giovane e veloce

È, questa del futuro (anzi, del futuro-presente), una lingua simile ad uno slang o ad un dialetto, i quali ultimi raggiungono le cose in maniera diretta e veloce. Quando diciamo millennials non stiamo spiegando una connessione matematica con un secolo della nostra storia (il primo del nuovo millennio), ma stiamo nominando un vento culturale, e non potremmo mai usare un altro termine. Lo stesso vale per nativi digitali, o zoomer. Non ci sono più traduzioni, bensì intuizioni. Zoomer, secondo un’interpretazione, sono i ragazzi che hanno usato l’applicazione “Zoom” per studiare, non potendo andare a scuola durante la pandemia. Ma le parole, da termini, si mutano in frammenti di memoria storica, e dunque ascoltare zoomer ci conduce, più che ogni giro di parole, in una “fetta” della vita di tanti ragazzi, in un loro quotidiano disagio, forse in un loro tentativo di presentarsi senza escludere quel periodo duro del loro apprendimento.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here