selfie

La nascita del selfie (autoritratto, ritratto di sé) come fenomeno di costume e di massa – diverso dall’autoscatto dell’era “analogica” – è legata al diffondersi, negli anni duemila, della “foto digitale” e delle reti social. Gli schermi a cristalli liquidi e le fotocamere frontali hanno reso estremamente agevole l’atto dello “scattarsi da sé” una foto, soprattutto da un telefonino. Le “comunità social”, soprattutto a partire dall’avvento di piattaforme come Facebook e Instagram, hanno fatto poi compiere il salto definitivo verso una motivazione ad una continua narrazione di sé, da condividere sulla “stanza” web delle esperienze amicali.

Qui ci preme uscire dal “piano delle critiche” rivolte alla “motivazione” nei confronti del selfie. Ci interessa, invece, considerare questo “foto-frammento di sé” come un’opportunità che la tecnologia ci ha offerto. Per presentarlo in questo modo, vogliamo semplicemente evocare per un attimo il dato storico della lenta evoluzione dello specchio

Il selfie: l’insopprimibile desiderio di “vedersi”

Gli specchi come li conosciamo oggi, oggetti quotidiani che ci rimandano, per lo più, una immagine pressoché perfetta del nostro viso e del nostro corpo, non sono sempre esistiti. E non parliamo dei millenni precedenti la comparsa dell’uomo, e nemmeno della preistoria. Per svariati millenni l’uomo della storia non ha potuto guardare se stesso in volto, se non, ad esempio, attraverso uno “specchio” (appunto) d’acqua, una superficie liquida stagnante. Ma ciò non vuol dire che l’essere umano non volesse, e volesse fortemente, ammirarsi, fissarsi. Il mito di Narciso insegna. Ci è voluto tanto, davvero tanto perché si arrivasse a creare degli oggetti dotati di una superficie discretamente riflettente. Ancora San Paolo – per citare il mondo occidentale –, in una sua lettera (I secolo d.C) scriveva: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa». Dunque gli specchi esistevano, ma non aiutavano poi tanto, riportando un’immagine annebbiata e distorta. 

Un desiderio sano e umano

Come dicevamo, ciò non implicava che gli uomini e le donne non sentissero una estrema necessità di “fare esperienza” del proprio viso. L’invenzione degli specchi “moderni” ha segnato – e non stiamo eccedendo in questa indicazione – una svolta nella storia della cultura umana. Ci si poteva, ad un certo punto, fissare. E fissare lungamente. Fissare un’immagine nervosa e viva. Mentre prima qualcuno che si ammirava c’era, ma era solo chi avesse potuto pagare un ritratto. E poi quell’immagine era ferma, immota. Ciò che ci preme sottolineare è che questa storia dello specchio non è storia di un’umanità che peggiora, che si narcisizza. E allo stesso modo non è una vita “futile e sbandata” quella di chi è usato farsi i selfie, e farsene molti. Questa è un’umanità che vuole riconoscersi, studiarsi, domandarsi di sé, e domandare agli altri di sé. Basta con i giudizi affrettati sulla “patologia” del selfie…

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