Il binge drinking in Italia rappresentava già un problema prima della pandemia. Ma a partire da marzo 2020, le situazioni di stress, disagio e depressione causate dall’isolamento hanno portato questo fenomeno a diffondersi sempre di più.

Siamo più soli, vulnerabili e insicuri sul futuro, e questo crea un terreno fertile per le dipendenze psicologiche. Durante i mesi del lockdown è aumentato drasticamente il numero di chiamate al numero verde dell’Istituto Superiore di Sanità per le dipendenze da alcol, droghe e gioco d’azzardo.

Ma cos’è il binge drinking?

Nel 1992 Wechsler e Isaac hanno definito binge drinking “l’assunzione di cinque o più unità alcoliche in una stessa serata da parte degli uomini, e quattro o più per le donne”. Per “unità alcolica” si intende una birra da 33cl, un calice di vino da 125ml oppure un drink di 40ml.

Quanto si beve in Italia?

Nel nostro Paese si comincia a bere a 11-12 anni, età più bassa dell’UE: 800mila sono i ragazzi che cominciano a bere prima dei 17 anni. Secondo l’ISS, in Italia c’erano circa 4 milioni di binge drinkers prima della pandemia: su 60 milioni di abitanti, 8,7 milioni nel 2018 erano già considerati dei “consumatori a rischio”. Il 17,2% erano giovani tra i 18 e i 24 anni.

Poi è arrivata la pandemia

Con gli aumenti di consumo di alcol del lockdown, non solo queste persone hanno visto peggiorare le proprie abitudini, ma si sono aggiunte al gruppo 2 milioni di persone che precedentemente non erano considerate a rischio. E la situazione è preoccupante soprattutto perché in questo gruppo ci sono centinaia di migliaia di minorenni.
A giungo 2020 l’ISS segnalava come, a partire dal primo lockdown di marzo 2020, i canali di vendita online e di home delivery di bevande alcoliche avessero registrato “incrementi percentuali a tre cifre in tutto il mondo (+180-250%)”. Questo significa più alcol presente in casa e maggiori difficoltà a rispettare le raccomandazioni sul consumo di alcol e le leggi che ne vietano il consumo ai minori.

La Sia

La Società Italiana di Alcologia (Sia) calcola che in Italia, nei mesi della pandemia, le persone a rischio dipendenza dall’alcol abbiano raggiunto quota 10 milioni, tra cui un milione di minorenni. Il 20% circa degli alcolisti è stato vittima di una “ricaduta” tra febbraio e giugno, ed è stato registrato un “aumento del 15% di nuovi dipendenti da alcol”.

Inoltre, la Sia ricorda che a lungo termine “l’aumento del consumo di alcolici nella popolazione generale con relativi danni psicofisici” espone le persone dipendenti dall’alcol a un “maggior rischio di contrarre il Covid 19”, e in caso di infezione “di svilupparne sintomatologia severa”.

La situazione non può migliorare da sola: da un lato serve una maggiore consapevolezza riguardo ai danni legati al consumo di alcol (che nel lungo termine rappresenteranno un fardello sempre più per il sistema sanitario nazionale), dall’altro lato lo Stato deve trovare dei modi per tamponare il più possibile il disagio diffuso nella popolazione, che andando avanti da così tanti mesi rischia di creare danni irreversibili per la salute mentale dei cittadini.

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