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Decreto Terra dei Fuochi, i Comitati ambientalisti campani: “Ok il decreto ma bisogna far pagare chi inquina”

Al Ministro dell’Ambiente Costa passano alcune competenze del Dicastero dell’Agricoltura, mentre da poco Legambiente ha rilasciato il Rapporto 2018 sulle Ecomafie. Intervista a Enzo Tosti, membro della Rete di Cittadinanza e Comunità.

Nemmeno il tempo di prestare giuramento che il Ministro dell’Ambiente, il generale Sergio Costa, molto apprezzato per lo strenuo lavoro svolto a tutela del territorio campano, ha ottenuto l’approvazione, lo scorso 3 luglio, del decreto-legge “Terra dei fuochi”, all’indomani del preoccupante rapporto 2018 di Legambiente sugli Ecoreati.

Il decreto, che dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni, prevede un passaggio di competenze dal Ministero dell’Agricoltura a quella dell’Ambiente su alcuni temi di grande rilevanza quali la terra dei fuochi, il dissesto idrogeologico (competenze relative alla gestione dei fondi sulla tutela del territorio) e l’economia circolare. Un primo step molto importante secondo il Ministro Costa, presente anche alla discussione sul dossier annuale “Ecoreati” di Legambiente da cui emerge che “la corruzione è il primo nemico del territorio e dei cittadini”.

NowMagazine ha intervistato su questi temi Enzo Tosti, membro della Rete di Cittadinanza e Comunità che da anni si batte contro l’inquinamento ambientale e in favore della salute dei cittadini.

Che cosa prevede il decreto-legge di cui voi comitati avete preso già visione?  

«È un decreto che riordina alcune competenze riguardo al tema della terra dei fuochi e le pone in capo al Ministero dell’Ambiente. In questo modo, per esempio, passano all’Ambiente “le funzioni esercitate dalla Presidenza del Consiglio in ordine al coordinamento e al monitoraggio di emergenze ambientali” e una serie di compiti che gli consentono di affrontare in maniera organica il problema dell’inquinamento ambientale».

Quindi possiamo parlare di buone notizie?

«Sicuramente il decreto-legge è un primo passo in avanti, tuttavia c’è da capire dove sono le coperture economiche per risanare i territori, aspetto molto oscuro della precedente legge n. 6 del 2014. Ma al di là di questo decreto, che andava fatto, noi riteniamo fondamentale che i responsabili dei reati ambientali paghino per i disastri causati ai territori. Finora, nonostante la legge sugli ecoreati, non ci sembra che ciò sia accaduto, eppure delle condanne eccellenti – i fratelli Pellino di Acerra, Cipriano Chianese, l’autore della frase “la monnezza è oro” – ci sono state. A nostro avviso per il risanamento dei territori è necessario intervenire in maniera efficace sui patrimoni di queste persone ed evitare che si drenino soldi pubblici, presi dal gettito fiscale e quindi dalle tasche dei cittadini».

Veniamo ai risultati del dossier sulle Ecomafie, diffuso da Legambiente poche settimane fa. C’è scritto che la corruzione è il vero cancro dell’inquinamento dei territori, e che la legge sugli ecoreati ha prodotto dei risultati ma andrebbe aggiustata in alcuni punti. Come pensate si possa abbattere la corruzione e quindi tutelare l’ambiente?

«Noi abbiamo notato che chi si occupa di raccolta, smaltimento e trasformazione dei rifiuti sono sempre le stesse imprese. Intanto andrebbe stilata una blacklist includendo i nomi di coloro che si sono macchiati di reati ambientali, così da impedirgli la partecipazione ad altre società in qualche modo collegate a quelle incriminate. E poi la gestione dei rifiuti dovrebbe essere direttamente in capo all’ente pubblico, in costante dialogo con i cittadini a loro volta messi in condizioni di esercitare il controllo sull’operato dell’amministrazione. La partecipazione delle comunità è sicuramente un forte deterrente alla corruzione».

Dal 2014 ad oggi qualcosa è cambiato?

«Il sistema corruttivo legato ai rifiuti nella sostanza non è stato intaccato. Ciò che invece è cambiato è la consapevolezza dei cittadini, oggi più disponibili a segnalare. Denunce che gli enti preposti non possono più ignorare come accadeva in passato».

Secondo lei questa maggior consapevolezza dei cittadini da cosa scaturisce?

«Le persone temono per la propria salute. Noi come comitati abbiamo chiesto al Ministro la valutazione di impatto sulla salute: bisogna monitorare come stanno dal punto di vista sanitario i cittadini. Il registro tumori, così come è concepito, non rispecchia la realtà perché se un cittadino campano si ammala e va a curarsi in altra regione, scompare dalle statistiche. Chi invece ha il vero polso della situazione sanitaria degli abitanti di un territorio, è il medico di base e da questa importante figura bisognerebbe partire».

Se doveste scrivere al nuovo Ministro una lista delle priorità, cosa vi inserireste?

«La prima cosa, come dicevo, è il monitoraggio della salute dei cittadini».

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