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Cannabis, identikit e potenzialità della pianta più controversa del momento 

Intervista al Presidente di Federcanapa Italia, organizzazione che promuovere ricerca e informazioni scientificamente corrette sui metodi di coltivazione e lavorazione della pianta e sulle sue potenziali applicazioni.

La canapa, meglio nota come cannabis, ad oltre un anno dall’emanazione della legge n. 242, che ne ha regolamentato la produzione e legalizzato l’utilizzo, consentendo la vendita della cosiddetta cannabis light, è diventata una sorta di star controversa. C’è chi ne invoca la messa al bando per il timore di un aumento della tossicodipendenza tra i giovani e chi, invece, ne decanta le molteplici proprietà benefiche, auspicando un suo maggior impiego. A riportare l’attenzione sulla pianta-star, semmai fosse scemata, è stato il recente parere del Consiglio Superiore di Sanità, richiesto dal competente Ministero, circa la pericolosità della cannabis light ossia il fumo di sigarette contenente Thc, il principio attivo della pianta, entro la soglia dello 0,6%. 

cannabis

Ma al di là del recente parere del CSS, che “non esclude la pericolosità” della cannabis light, molte sono le informazioni poco scientifiche che circolano riguardo alla pianta sacra degli hindu e che contribuiscono ad aumentare il rischio di bufale, soprattutto on line, di cui non si sente affatto bisogno.

NowMagazine ha provato a fare chiarezza con Beppe Croce, Presidente di Federcanapa Italia, organizzazione nata due anni con il preciso intento di tutelare i coltivatori di canapa, promuovere la ricerca e diffondere informazioni scientificamente corrette.

beppe croce

Dottor Croce, ci aiuta anzitutto a tracciare l’identikit della pianta di canapa?

«È una pianta che ha 300-400 principi attivi di cui una buona parte presenta un corredo specifico, i cosiddetti cannabinoidi. Ne sono stati identificati almeno un centinaio, il più noto è il thc vale a dire il principio attivo della cannabis light. Fino ad oggi la canapa è stata identificata con questo principio attivo e quindi bollata come droga. Ma rimanendo sui principi attivi, oltre al thc, ci sono molti altri cannabinoidi della sua stessa famiglia come il cannabidiolo CBD e il cannabigerolo CBG che hanno proprietà terapeutiche e salutistiche. Infatti, in questo momento, il mercato in maggior espansione è proprio legato a tale tipologia di cannabinoidi, non solo il thc, cui mostrano molto interesse aziende canadesi e svizzere».

Si riferisce all’utilizzo dei cannabinoidi nelle cure del dolore e in altri ambiti medici?

«Si, mi riferisco proprio a questo. È evidente che è un settore molto complesso e delicato, poiché trattasi di impiego sulla salute umana dei principi attivi dei cannabionidi. Anche da ciò ritengo sia nato l’interesse recentissimo al fenomeno della cannabis light».

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Proprio su questo infuocato tema, ci aiuta a fare chiarezza e a stare sul piano della realtà riguardo alle posizioni contrapposte dell’opinione pubblica, del mondo politico e anche di quello medico?

«Intanto va detto che il Consiglio Superiore della Sanità, il quale non esclude la pericolosità della cannabis light, è lo stesso che ha espresso parere favorevole, come si legge nel decreto del 25 Giugno scorso emanato dal Ministero della Salute, all’utilizzo nelle terapie del dolore di “medicinali  a  base  di  cannabis  per  il trattamento  sintomatico  di  supporto  ai  trattamenti  standard”.

Quindi da un lato viene riconosciuto che la cannabis può fare bene, da un altro, entro la soglia di thc dello 0,6%, è ritenuta pericolosa?

«Dal punto di vista scientifico è più corretto dire che, in buona sostanza, il Consiglio Superiore della Sanità ha affermato di non sapere con certezza se la cannabis light faccia male o meno, ma per il principio di precauzione ne sconsiglia l’uso. Va da sé che inalare del fumo può fare male, così come per il tabacco. Nessuno di certo può affermare che fumare le sigarette fa bene alla salute».

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La legge n. 242 del 2016 “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale”, in cosa è stata utile a chi è nel settore della canapa?

«È stata utile agli agricoltori, molto meno ai trasformatori. Per i primi è stata benefica perché ha stabilito che i controlli sul thc in campo vanno fatti seguendo una precisa normativa europea e con personale ad hoc. Inoltre libera l’agricoltore da eventuali responsabilità penali qualora venisse rinvenuto un livello di thc superiore a tre volte la soglia minima che dello 0,2%. Per i secondi non è stata soddisfacente in quanto la legge prevedeva l’emanazione di decreti attuativi che fissassero il tenore di thc negli alimenti, ma ad oggi siamo ancora in attesa. Ciò si traduce in assenza di investimenti da parte della aziende interessate, almeno fino a quando non ci saranno certezze in merito. Un altro elemento di insoddisfazione è dato dalla non chiarezza sulla possibilità di coltivare e commercializzare il fiore della canapa».

Cosa vi aspettate dal nuovo Governo?

«Che emani i decreti attuativi e riconosca la leicità di coltivare e commercializzare il fiore di canapa, ovviamente le varietà riconosciute dall’Unione Europea e con i livelli di thc fissati dalla stessa. Teniamo a sottolineare che siamo i primi a pretendere che la coltivazione e la produzione del fiore di canapa garantisca al livello massimo la salute umana».

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Secondo lei quali sono le potenzialità future della pianta di canapa?
«È una pianta con potenzialità enormi. Non solo le foglie e i fiori, ma anche i semi, che contengono omega 3 e acidi grassi, da cui si estrae un olio ricco di proteine e vitamine. Ma oltre il settore alimentare c’è quello tessile, basti pensare alla carta, alle corde, agli arredi. E non va trascurata la parte legnosa della pianta, oggi impiegata nell’ambito della bioedilizia. Infine, in agricoltura, la canapa è una pianta da rinnovo: introdotta in rotazione ai cereali consente di ridurre il fabbisogno di pesticidi e favorisce migliori rese delle coltivazioni successive».

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